POTENZA CALCIO SCOMMESSE, INCHIESTA DIA BASILICATA DALLE SOFFIATE A “ULTIMATE”

24, Novembre 2009

«Fortuna». Come se il punto dell’accusa fosse in fondo una questione di fede, o superstizione: chi ci crede, e chi non ci crede; da una parte gli indagati, e dall’altra i militari dell’Arma. L’ironia è dei vertici dei carabinieri, e non sarebbe del tutto ingiustificata. In tre anni o poco meno, quanto è durata l’indagine sul Potenza calcio, se ne sono viste di tutti i tipi. Se si sia trattato di veri e propri tentativi di “depistaggio” lo decideranno i giudici dopo un regolare processo, ma le grida al complotto sono arrivate lontano, e alla fine anche in uniforme può venir voglia di levarsi qualche sassolino dalla scarpa, ed è così che è andata.
Ieri mattina il colonnello Domenico Pagano ha illustrato i risultati dell’operazione “Ultimate” in un’affollata conferenza stampa che si è svolta nei locali del Comando provinciale di via Pretoria, a due passi dal duomo di Potenza. Al suo fianco era presente il comandante del nucleo investigativo, il capitano Antonio Milone. Entrambi hanno risposto alle domande dei giornalisti, e non si sono sottratti alle telecamere dei principali network nazionali. Un siparietto inedito ha introdotto la discussione, quando i militari hanno allontanato due avvocati confusi in mezzo ai giornalisti. Si erano qualificati «liberi cittadini», poi «tifosi» spinti dalla fede, e dall’orgoglio rossoblu.

Arma letale
Il comandante provinciale ha riassunto in breve il lavoro svolto e le tappe dell’inchiesta nata ai primi del 2007 da una grossa operazione antidroga nel capoluogo di Regione. Venne chiamata “Arma letale”, nel nome di una ragazza morta di overdose proprio nel corso dell’indagine. In 26 vennero arrestati, e nel febbraio scorso il gup Giuseppe Losardo ha condannato in totale a 78 anni di reclusione nove dei venti rinviati a giudizio, quelli che hanno scelto il rito abbreviato. Per gli altri undici pende una richiesta complessiva di 130 anni di carcere, e la sentenza è attesa per la metà di dicembre. Il vuoto nella catena di approvvigionamento del mercato della cocaina nella “Potenza bene” sarebbe stato riempito da alcuni soggetti, tra i quali personaggi legati al clan dei basilischi, e in particolare Antonio Cossidente, a quei tempi già imputato per associazione mafiosa e traffico di droga.

Le Soffiate
Nell’ottobre del 2007 Gino Cosentino si è “menato” pentito. Il capo storico dei basilischi dopo aver ceduto il “bastone” al suo sodale Cossidente, ha iniziato a collaborare con la giustizia svelando nomi e affari delle nuove gerarchie della mala. Oltre ai giri di droga, “Faccia d’angelo” avrebbe dato impulso alle indagini grazie ai riscontri offerti sugli interessi di Cossidente verso alcuni locali, e i servizi di sicurezza allo stadio Viviani, ma la dritta migliore sarebbe stata quella sulle scommesse. Cosentino in due parole avrebbe smascherato il prestanome del boss, che aveva appena aperto una sala per le scommesse sportive. L’attività chiuse subito, ma da quel punto in poi l’inchiesta avrebbe preso tutt’altra strada. A novembre trapelarono le prime voci. Alcuni testimoni vennero chiamati in procura come persone informate sui fatti. Ma la cosa non venne presa sul serio, e ad aprile del 2008, quando il caso è deflagrato in occasione del match contro la compagine salernitana, il sistema di osservazione dell’Arma era già in moto.

Le iscrizioni
Postiglione in conferenza stampa aveva detto di una «combine» ai suoi danni, sarebbe entrato nelle stanze dei calciatori dicendo di dubitare del loro impegno nei 90 minuti di gara, ma dopo la partita con la Salernitana Pasquale Arleo si era dimesso da allenatore del Potenza, e si era aggiunto agli altri già sfilati davanti ai magistrati dell’Antimafia. Prima di lui sarebbe stata la volta di qualche giocatore e alcuni dirigenti. La notizia dell’indagine divenne pubblica a maggio nonostante le smentite dei diretti interessati, con Postiglione in testa a rovesciare le accuse. Si cominciò a parlare di un pregiudicato coinvolto. Già qualche anno prima, quando il presidente del Potenza era un altro, gli investigatori avevano cercato di capire come mai il servizio d’ordine nello stadio era affidato a persone date per vicine agli ambienti della mala, ma solo a settembre del 2008 il quadro si chiarisce. «Antonio Cossidente gestiva un centro scommesse». Scrivono i giornali. «Incontrava pregiudicati, ma anche i dirigenti del Potenza Sport club». Ai suoi gregari avrebbe dato disposizioni come quella di «intimidire» i tifosi che contestavano il presidente Giuseppe Postiglione. «Minacce», secondo gli investigatori. «Aggravate dal metodo mafioso». Era lui, secondo indiscrezioni, che aveva rapporti con un certo «capa di bomba», così viene chiamato dai testimoni il personaggio che gli investigatori identificheranno per Luca Evangelisti.

I dichiaranti
Sempre ai primi di settembre, quando arrivano in procura Antonio Lopiano, che si occupava del settore giovanile del Potenza Sport club, e Antonio De Angelis, addetto alla pubblicità della squadra gli investigatori ricevono le fotocopie delle ricevute delle scommesse giocate. I due, dopo gli scontri della partita con il Gallipoli, erano stati colpiti dal “Daspo”, il decreto che vieta alla persona ritenuta pericolosa di poter accedere ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive, e i rapporti con il presidente del Potenza si erano incrinati per una questione di poche centinaia di euro.
Venne alla luce il progetto di una società sportiva nuova, più grande e più forte, che doveva nascere con il placet di Antonio Cossidente. I carabinieri scrivono di un’incontro nello studio di un rispettato commercialista che sarebbe avvenuto nel periodo caldo della campagna elettorale con un politico regionale, Gigi Scaglione, che in un interrogatorio avrebbe dato la sua versione sui fatti sostenendo di aver agito come un qualsiasi politico. Lopiano e De Angelis parlano anche sui media. «Eravamo molto vicini - raccontano al Quotidiano - al presidente Giuseppe Postiglione, per via del rapporto che aveva instaurato con noi. Per lui abbiamo svolto compiti che andavano al di là del nostro ruolo… Siamo stati trattati come suoi burattini. Eravamo sempre al suo fianco… nella partita del 6 aprile, quella tra Potenza e Gallipoli, ci sono state delle “intemperanze” all’interno del rettangolo di gioco e noi abbiamo preso un Daspo di tre anni. Per tre anni non potremo andare allo stadio. Abbiamo pagato solo noi. In silenzio. Anche se tutto quello che avvenne quella domenica era stato pensato e pianificato prima. Anche i nostri comportamenti».

Il complotto
Davanti alle accuse degli «indagati-dichiaranti», come li definisce la procura, Postiglione si dimise, annunciò il disimpegno economico, e che avrebbe fatto «i nomi di chi ha macchinato», chiese di essere sentito, e si disse pronto a fare il nome di quel politico di cui i giornali non avevano scritto il nome. Parlò di «un sistema artatamente messo in piedi contro il sottoscritto». Rispetto ai vecchi collaboratori, prese il dato del loro avvocato, il consigliere regionale Sergio Lapenna, per lanciare il tema di un complotto politico ai suoi danni. Lapenna dal conto suo sporse querela e parlò di «minacce con metodo mafioso». Sulle dimissioni il presidente cercò di spiegare che era un gesto per far comprendere la situazione nella quale si trovava, ma anche per verificare se davvero c’era interesse per il Potenza. Il pm Francesco Basentini non avrebbe mai acconsentito ad ascoltare la sua versione di fatti.

La lettera del boss
L’otto settembre alla redazione del Quotidiano arrivò una lettera di Antonio Cossidente. Il boss si diceva «sconcertato nel leggere l’accanimento e le aggressioni nei miei confronti. Solo bugie e ipocrisie». Le sue sarebbero state «semplici amicizie in un paesone in cui tutti si conoscono… Ho le mie conoscenze a Potenza, perché sono potentino e questo non autorizza gli investigatori a rovinare l’immagine e l’onestà delle persone a me vicine. Non posso frequentare pregiudicati perché la legge non lo permette, non posso frequentare persone di rilievo perché le accusano di accordi illeciti, non posso frequentare persone oneste perché le indagano… In questa società di clientelismo quale padre non si rivolge a un politico o a un imprenditore per cercare di inserire il proprio figlio? Basta. Ma basta davvero. Non facciamo girare più tutto intorno al nome di Antonio Cossidente. Tutti abbiamo gli scheletri nell’armadio e Potenza è piccola… c’è bisogno di un capro espiatorio, associando il mio trasferimento alla fine del campionato del Potenza, per indagare su un giovane imprenditore che ha creduto nel mondo del calcio e ha peccato nel donarmi la sua amicizia».

Scontri con il Gallipoli
A dicembre del 2008 si capì che l’interesse dei magistrati si era allargato alla partita con il Gallipoli, e gli scontri prima e durante la partita. Poi sull’nchiesta calò il silenzio. L’informativa conclusiva dei carabinieri è datata gennaio 2009, ma a distanza di dieci mesi se ne tornò a parlare dopo il ko con il Marcianise. Il nuovo mister, Ezio Capuano, venne chiamato in procura esattamente come il suo predecessore, a pochi giorni dal termine per la chiusura delle indagini.
I carabinieri parlano di una “holding calcistico-criminale”. Fanno riferimento a un sistema superiore che avrebbe controllato tante partite dei campionati di Lega pro e categorie superiori.
«Una regia occulta», l’ha chiamata il capitano Milone. E l’indagine sarebbe ancora in corso.

LEO AMATO
da IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA

Commenti

Cosa ne pensi?





Si precisa che l'email inserita non sarà visibile agli utenti del sito ma solamente all'aministratore di sistema, che non l'utilizzerà per nessuno scopo pubblicitario.

Le foto di Lucanianews24.it sono prese in gran parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, basterà segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.